Recensione Little Fires Everywhere ideata da Liz Tigelaar

Little Fires Everywhere è una mini serie Tv americana distribuita dalla piattaforma Amazon Prime Video. Inutile dire che il cast è notevole soprattutto per chi Reese Witherspoon e Joshua Jackson li ha visti adolescenti nei film e nelle serie degli anni ’90 e ora li ritrova nel ruolo di genitori. La trama è interessante, Reese Witherspoon interpreta il ruolo di Elena Richardson, la tipica madre modello americana. Impeccabile nell’outfit, organizzata e programmatica, al timone di una famiglia numerosa. L’antagonista è invece Mia Warren una madre single, artista che gira per il paese trovandosi spesso in ristrettezze finanziarie. Gli episodi sono avvincenti e intriganti tuttavia la serie mi ha lasciato poco convinta nel suo complesso: benché la saccente e spocchiosa Elena Richardson non attragga simpatie come un magnete il metallo, ritengo che anche Mia Warren non sia affatto un’eroina o un modello da seguire come vorrebbe farci credere l’autore. Anche se comprendo la critica al sistema capitalistico che mira a creare replicanti tutti uguali con l’obbiettivo della perfezione e dell’ordine maniacale anche a suon di ansiolitici, credo che il giusto stia nel mezzo. Le vicende che coinvolgono la madre cinese Bebe Chow mi lasciano invece alquanto perplessa, la serie Tv quasi crocifigge le famiglie che non possono avere figli e optano per l’adozione. Per quanto infine possa essere amaro accettare che chi ha i soldi tendenzialmente la spunti sempre è alquanto naïf credere che se ne possa fare a meno. In sintesi è una serie che si fa guardare ma che nel suo insieme propone eventi decisamente improbabili (in primis il misterioso passato di Mia) e una visione della realtà così antirazziale e anticonformista da creare un effetto paradosso e diventare quasi un inno all’anarchia. Elena, per quanto criticabile, cerca nel suo piccolo di fare il possibile per dare un futuro ai suoi figli ed essere una buona madre, come si suol dire si possono fare molti danni con le migliori intenzioni.

Il senso delle parole rotte un romanzo di Massimiliano Giri

“Le vite delle persone sono delle scatole piene di segreti e quello che mostriamo è solo una parte piccolissima “ cit. Massimiliano Giri

Il senso delle parole rotte è costruito attorno a questo concetto. L’autore pagina dopo pagina penetra la scatola segreta dei suoi personaggi. Il protagonista maschile in particolare, ha un passato cupo e sinistro che non ha mai smesso di tormentarlo e condizionarlo. Non è pertanto il classico eroe senza paura, ma un uomo che cerca per come può di venire a patti con le sue angosce e ossessioni. Ogni personaggio tuttavia ha il suo bagaglio traumatico con cui convivere: c’è chi si arrende, chi cerca di auto distruggersi e chi diventa addirittura crudele e spietato. Plurime dunque le reazioni alla sofferenza, causata talvolta da una perdita troppo dolorosa per essere accettata o da un modo d’essere che la società, la famiglia o il credo religioso non comprendono. Un piccolo mare di anime, talvolta alla deriva, che approdano in brusche interruzioni a causa proprio delle parole non dette. La trama del romanzo nel suo complesso è originale, la scrittura sapiente e scorrevole. Interessante la figura della grafologa come partner per l’indagine e indubbiamente d’effetto l’epilogo del romanzo. Una storia che merita il suo successo e di essere letta. Un autore che seguo da diverso tempo e la cui capacità narrativa sono lieta venga riconosciuta.

Recensione dell’ L’Alchimista un romanzo di Paulo Coelho

Parliamo di un autore molto popolare, che certo non ha bisogno di presentazioni. Questo è il primo libro di Coelho che leggo e probabilmente mi aspettavo qualcosa di diverso. Da un punto di vista narrativo, “L’alchimista” mi pare una fiaba classica, il tipico viaggio dell’eroe che parte per un avventura e ne ritorna cambiato. L’avventura di Santiago tuttavia è piatta, priva di quel qualcosa che spinge ad appassionarsi a una storia. Tutti i personaggi restano per tutto il tempo distanti, vaghi e sfumati. Impossibile affezionarsi o immedesimarsi. Le motivazioni che spingono il protagonista a fare le sue scelte sono molto deboli, tanto da incrinare la sospensione d’incredulità del lettore. Nel complesso il romanzo appare noioso, stereotipato e scontato. Non nego che vi siano dei passaggi poetici e in certi punti interessanti spunti di riflessione sull’esistenza, tuttavia ho colto tra le righe una visione maschilista della realtà, in cui l’uomo viaggia per realizzare la sua “leggenda personale” mentre il destino della donna è semplicemente aspettare il suo ritorno. Facile dire che l’amore non dev’essere attaccamento quando le attività più impegnative e di routine spettano alle Penelopi di turno. Per un testo scritto nel 1988, c’era la speranza di una visione più moderna della realtà. In certe situazioni il vero eroe è chi resta e si prende cura di ciò che ama.

Recensione di Follia un romanzo di Patrick McGrath

Un matrimonio in crisi, una folgorante e improbabile passione che si scontra con le amare conseguenze delle scelte degli attori protagonisti. Sembra la trama di una storia romantica comune, che tuttavia riesce a distinguersi e a scavare come un gigantesco scarabeo nella psiche del lettore. McGrath opta per una scrittura molto scorrevole con descrizioni essenziali, prive di fronzoli e utilizza un’inconsueta voce narrante: Peter, un attore terzo che sembra manovrare tutto con invisibili fili, non accorgendosi che qualcosa nel suo teatrino non funziona. Il romanzo riesce a trasmettere sensazioni mutevoli, cattura ed emoziona, ma trasporterà il lettore in un buco nero d’angoscia e sgomento senza quasi dargli il tempo di realizzarlo. Vi sono molti temi essenziali che vengono trattati, il primo a mio avviso è la severa critica verso la psicanalisi. In Follia si arriva di fatto a capire che la linea di confine tra pazienti e medici è molto sottile. Ognuno a suo modo è afflitto da ossessioni, manie e smania di controllo. Il narratore stesso, pur mantenendo decoro e contegno e motivando il tutto con falsa modestia e buonissime intenzioni, è il primo manipolatore, ossessionato dall’amore e dalla passione provata da Stella ed Edgar che in qualche maniera invidia. L’amore passionale viene qui descritto come una cosa che nasce, che non si può ignorare, che distrugge la vita delle persone. Concordo sul fatto che gli amori dei romantici, sono sempre così: adrenalinici, folli e sconsiderati. Benché storie tragiche avvengano nella realtà il sollievo in questo caso viene dato dal fatto che si tratta solo di un romanzo.

Recensione di Shantaram un romanzo di Gregory David Roberts

All’inizio avevamo paura di tutto – animali, clima, alberi, cielo notturno – meno che degli altri esseri umani. Ora temiamo gli esseri umani, e quasi niente di tutto il resto. Nessuno sa perché un altro si comporta in un certo modo. Nessuno dice la verità. Nessuno è felice. Nessuno è sicuro. Nel mondo è tutto sbagliato, e la cosa peggiore che si possa fare è continuare a vivere. Eppure bisogna continuare a vivere. È questo dilemma che ci fa credere alla bugia che esistano un’anima e un Dio che si preoccupa delle sue sorti. Eccovi serviti

Shantaram è una vera e propria odissea letteraria, racconta parte della vita dell’autore. Roberts è un fuggitivo evaso da una prigione australiana che trova come porto franco la caotica e suggestiva Bombay. Nel complesso ho apprezzato questa lettura ma non ho trovato questo abisso di contenuti e rivelazioni sulla condizione umana come mi sarei aspettata e come in molti mi avevano preannunciato. Tecnicamente Roberts è davvero bravissimo e scrupoloso, grandiosa è la dovizia di particolari nella descrizione dei luoghi e dei personaggi che affollano la sua caotica e pericolosa realtà. Leggendo questo romanzo si ha davvero la voglia di scoprire l’India visto l’amore e la passione che trasuda dalle sue parole tuttavia alcune parti del testo sono lente rendendolo pesante, soprattuto nelle fasi conclusive. L’autore pare essere alla ricerca del significato della vita e in certi tratti spaccia le massime di Abdel Khader Khan, di Karla e dei suoi amici come verità assolute. Nei fatti però stiamo leggendo la storia di un gangster al soldo della mafia indiana e il fare la cosa sbagliata per un motivo giusto è un concetto a mio avviso pericoloso e un pò anarchico, poiché giusto e sbagliato hanno un elevato margine di soggettività.

Una volta Lettie aveva detto che trovava strano e incongruo sentirmi definire “uomini d’onore” criminali, killer e mafiosi. Credo che fosse un problema suo, e non mio, perché lei confondeva onore e virtù. La virtù riguarda ciò che facciamo, e l’onore il modo in cui lo facciamo. Si può combattere una guerra in modo onorevole – la Convenzione di Ginevra esiste per questo – e mantenere la pace in modo riprovevole. Nella sua essenza l’onore è l’arte di essere umili.

Ovviamente si potrebbe dire molto altro su un testo della mole di Shantaram e aprire numerosi dibattiti sulle questioni etiche e morali che vengono sviscerate qua e là, senza particolari approfondimenti.

L’unico regno che fa di un uomo un re è il regno della sua anima. L’unico potere che conta veramente è quello di migliorare il mondo

Tuttavia essendo questo una sorta di diario di viaggio di un uomo che ha provato una moltitudine di esperienze pazzesche e incredibili, accolgo con piacere il suo punto di vista pur non essendo del tutto d’accordo con la sua visione del mondo e temendo che la realtà nell’India raccontata dall’autore sia ben più crudele e cruenta di quanto lo stesso voglia farci credere.