AUTORI CONTEMPORANEI – LORENZO DI MARINO

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cover L. Di Marino

Titolo “È tutta colpa del tabacco”

Autore: Lorenzo Di Marino          

Editore: StreetLib

Genere: Narrativa

Data di pubblicazione: 20 Aprile 2017

Pagine: 367

Formato: ebook e cartaceo

Prezzo: 0,99 euro (ebook); 14,99 euro (cartaceo)

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SINOSSIVincent Cavalieri è un pittore e uno scrittore di quarantaquattro anni che soffre da diversi mesi di un perpetuo “blocco creativo”: non riesce né a scrivere né a dipingere nulla. Fermo in questo stallo artistico Vincent si deve anche confrontare con una situazione familiare non tutta rose e fiori: sua moglie Alessia ha divorziato da lui e si è fidanzata con Antonio, un agente immobiliare, e suo figlio adolescente Federico vede ormai come figura paterna più Antonio che Vincent. Intento a superare il suo blocco artistico e a recuperare l’amore perduto di suo figlio, l’artista deve misurarsi inoltre con un “male” causatogli dalle troppe sigarette fumate in tutta la sua vita. Messo alle strette dalla vita ed essendo senza idee, Vincent accetterà malvolentieri la proposta di un editore: scrivere un diario personale nel quale annotare giorno per giorno la sua vita, fatta di eccessi e sregolatezze, di alcool, donne e sigarette.

 

BIO AUTORE: Lorenzo Di Marino nasce a Roma nel 1994. Laureato in Economia presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, esordisce nel mondo della letteratura con il suo primo romanzo “È tutta colpa del tabacco”. A questa pubblicazione seguono i capitoli, con ambientazione fanta-western, di “Conor Il Cacciatore”.

 

CURIOSITÀ: Scrivete il libro che vorreste leggere”. Ho letto questa frase vagando per il Web ed è stato subito amore a prima vista. E proprio grazie a questa frase che ho scritto il mio primo romanzo. Non ero sicuro di volerlo fare ma alla fine mi sono convinto: non ho trovato un romanzo che fosse come io lo desideravo. Bene, l’ho creato io. L’ho creato con la speranza che possa piacere, con la speranza che possa suscitare quei sentimenti che ho ricercato e non ho mai trovato in un libro. Forse ho cercato male… o forse era destino che non lo trovassi e che lo scrivessi io! Una piccola indiscrezione: leggendo il romanzo, più e più volte, verrà nominato il libro che ha reso famoso il protagonista. Ebbene, posso solamente dire che… è in corso d’opera!  

 

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Oscuro destino 

Non siamo nemmeno nati per essere veramente liberi, per essere noi stessi … non ci è mai stato insegnato come gestire la libertà, probabilmente perché è ingestibile e irrazionale. Ci servono, ancore, scogli e abitudini in questo mare di emozioni e contraddizioni. Di disturbi fisici ed emotivi … cerchiamo la fuga o ci gettiamo a capofitto negli impegni o restiamo preda di un indefinita confusione

Recensione di ” Il bambino dimenticato” di Benny Fera

Titolo: Il bambino Dimenticato
Autore: Benny Fera
Casa Editrice: self-publishing
Genere: Autobiografia
Numero Pagine: 188 
Costo versione e-book: 6,99 euro
Costo versione cartacea:11,99 euro
Link per l'acquisto: 
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SINOSSI: Questo libro racconta la vera storia di un bambino che ha sofferto la scuola. Lui amava giocare all’aria aperta con i suoi animali e stare in classe per lui era una vera tortura. Brutti voti, rimproveri e castighi hanno trasformato la vita del protagonista in una trappola di dolore.La sua sofferenza è durata fino all’età adulta, quando ha scoperto di essere dislessico.Da quel momento la sua esistenza è cambiata grazie alla volontà di trasformare la sua vita in un percorso diretto verso la felicità. Il bambino dimenticato ci insegna che la sofferenza può essere una grande risorsa per costruire un futuro felice.

 

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RECENSIONE: NON CONFORMI

Una scrittura semplice, frammenti di passato che come un puzzle costruiscono il presente. “Il bambino dimenticato” è una sorta di diario, una finestra sul mondo interiore dell’autore. Una prova di coraggio, di un uomo che si è messo in gioco e ha reso pubblica la sua vita, con le conseguenze e i giudizi che questo comporta. Detto questo non è stato divertente per me leggere questo libro. Ho rivissuto ricordi dolorosi della mia infanzia, in cui mi sono sentita diversa, “strana”, “aliena”, “non conforme” e spesso capita anche ora che sono adulta. Comprendo appieno l’ostilità dell’autore nei confronti dell’istituzione scolastica, tuttavia mi dissocio dal concetto che la scuola sia il male. Sapere, conoscere, imparare è fondamentale. “Scuola” è solo un nome, ma di fatto ogni istituzione è fatta di persone. Il problema della scuola, in Italia ma anche in molti altri paesi è che non si è evoluta al passo con tutto il resto. La scuola di oggi è pressapoco come la scuola dei miei genitori in un mondo completamente diverso. Sicuramente l’utilità delle etichette è discutibile, i test, i voti e la spietata competitività frustranti. Tuttavia le regole sono fatte dalla maggioranza. Il fatto di non sapere le tabelline, faticare a riconoscere destra e sinistra, avere quella brutta grafia, scarsa memoria di nomi, vie… rende difficile convivere con la “normalità” della comunità.  Purtroppo non condivido la visione positiva dell’autore, io trovo che per un DSA tutto è un po’ più complicato. La società per creare un ordine ha sempre premiato il conformismo. Sebbene oggi giochiamo a fare i sensibili e da un lato si studia la psiche umana, lodando la diversità e la bellezza della libertà, dall’altro vengono proposti lavori standardizzati in cui le propensioni logico matematiche la fanno da padrone e la competitività e l’autoritarismo sono massimi. Nella realtà pratica, si parte in svantaggio. In quante situazioni il non saper rispondere a semplici domande di cultura generale, crea sensazioni e situazione spiacevoli? Cosa puoi dire? “No guarda io non sono stupido o ignorante. Non so quanto fa 3×8 perché sono un DSA.” Il più delle volte le persone ti guardano perplesse non sapendo di cosa stai parlando o come se avessi uno strano handicap. La propensione alla creatività e all’arte di rado hanno un’utilità pratica. È vero che molti DSA hanno fatto la differenza, ma i più sono convinta si siano persi nella loro eccessiva sensibilità, che vedo più come una maledizione che un dono.

“Cercavo di unire le mie scelte con quello che poteva essere meglio accettato dagli altri “ 

Trovo sia utopistico, in una società individualista come la nostra sperare nella comprensione. Per tutti la vita sarebbe tendere alla felicità, ma credo che come dice Totò

 “Vi sono momenti minuscoli di felicità e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità è fatta di attimi di dimenticanza” 

Trovo difficile che un non DSA legga o s’interessi di questa realtà o che la possa comprendere. Se da un lato sapere di non essere soli alleggerisce il cuore, dall’altro non annulla le difficoltà, sormontabili con una buona dose di impegno in più. In questo gioco della vita le regole sono dettate dal guadagno e del capitalismo, dove non c’è spazio per l’emotività, la sensibilità o la diversità. Un punto di vista il mio, più o meno condivisibile, nato dalle mie personali difficoltà nell’essere DSA (benché detesti l’idea di darne un’etichetta). Inoltre non condivido l’idea che un DSA possa essere “migliore” o “superiore”, ma semplicemente è diverso come del resto ognuno ha una sua unicità e peculiarità benché la società imponga un certa standardizzazione. Nel concreto vedo essere DSA una mano con carte non ottimali, in cui si deve comunque provare a giocare con meno risorse di quelle che servirebbero.

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Inferno un film di Ron Howard

NO SIGNAL

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L’ormai famosissimo professor Langdon, protagonista dei romanzi Best Seller di Dan Brown, si risveglia in stato confusionale, in preda a mistiche visioni apocalittiche in un ospedale di Firenze. Subito si trova protagonista di una rocambolesca fuga in compagnia dell’avvenente dottoressa Sienna Brooks. Da qui inizia una storia incomprensibile, senza un filo logico per almeno per 40 minuti di programmazione. Nomi di personaggi sconosciuti, visioni sconnesse, associazioni di intelligence misteriose, un inquietante versione low cost di terminator in divisa. Non so chi abbia perso il lume della ragione, se l’autore o il regista, fatto sta che Inferno sembra più una parodia che un film da prendere sul serio. A tratti, soprattutto nei momenti in cui si tenta di spiegare l’inspiegabile con situazioni al limite del ridicolo, si distingue una sceneggiatura degna di Maccio Capatonda. Per evitare spoiler preferisco non entrare nei dettagli ma ce ne sarebbero di cose da dire… Un vero peccato vedere location italiane tanto belle teatro di un film tanto mediocre. 

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Belli e Dannati un film di Gus Van Sant

L’ILLUSIONE DELL’AMORE

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Belli e Dannati ovvero My Own Private Idaho racconta la storia di due ragazzi, Mike e Scott, giovani e bellissimi prostituti di strada. Un tema sempre più discusso quello dell’amore omosessuale, che in questo film punta la sua attenzione sul suo lato più amaro ed oscuro, in cui tra ribellione e disperazione gli uomini si vendono per soldi al pari delle donne. Un viaggio onirico, confuso e depressivo quello di Mike, che sopravvive senza amore, vittima non solo del suo destino di miseria ma di un’invalidante malattia, la narcolessia. Alla perenne ricerca della madre, che lo ha abbandonato da quanto era in fasce, Mike inizia un viaggio per ritrovarla con il suo amico Scott, prostituto per ribellione nei confronti del suo ricco padre. Un film lento e confuso, in cui come in un sogno ci si sveglia un po’ in un posto e un po’ in un altro. Una moderna Dorothy Gale, che cerca la sua casa persa nei sogni e nei ricordi, come un irraggiungibile ed ambito miraggio. Location teatrali come teatrale è la presenza di Bob Pigeon, il mentore di strada in un curioso rifugio di ragazzi sperduti, dannati ed incapaci di crescere, che ricorrono all’uso smodato di droghe per sfuggire alla cruda realtà che li circonda. La storia scorre lenta fra moderati colpi di scena, scottanti delusioni, amori non corrisposti e grandi amicizie che si perdono come sabbia nel vento. Stupefacente l’interpretazione di River Phoenix, che purtroppo non potrà più regalarci emozioni a causa della sua prematura dipartita. Meno imperscrutabile Keanu Reeves, interprete di un ruolo sicuramente non facile. Piatta l’interpretazione di Chiara Caselli. Appaiono artificiose l’interpretazione di William Richert ed in generale l’evoluzione di tutta la storia, quasi un dipinto in movimento, che trova l’apice artistico in immagini erotiche statiche, peccando in dinamicità, profondità  e veridicità della trama. Nota a favore del regista la capacità di trattare un argomento tanto spinoso con tatto ed estetismo senza mai cadere nel volgare o nell’osceno, un approccio evidentemente d’altri tempi, difficilmente replicabile al giorno d’oggi in una società abituata alla cruda sessualità.

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