Recensione di Parasite un film di Bong Joon-ho

Una pellicola che ha fatto molto parlare di sé nel 2020, aggiudicandosi ben quattro Oscar tra cui quello come miglior film, mai assegnato prima a un film straniero. Parasite racconta la vita della povera famiglia Kim, una delle tante che abitano la Sud Corea, che sopravvive alla giornata arrabattandosi come può. I toni non sono tuttavia disperati come si potrebbe immaginare, ma vi è una sorta di gioiosa apatia e unione famigliare che sembra compensare il disperato status sociale. A spezzare gli equilibri precari è una vantaggiosa proposta di lavoro per il figlio minore Ki-woo, che dovrà spacciarsi per uno studente universitario e dare ripetizioni alla figlia maggiore della ricca famiglia Park, proprietaria di una maestosa e avveniristica dimora fatta di ordine, eleganza e raffinata bellezza. E’ in questo contesto che ogni minima difficoltà viene vissuta con estremo patema e apprensione dai proprietari, permettendo così alla famiglia Kim di insinuarsi passo dopo passo nella vita quotidiana dei Park. Gli avvenimenti scorrono al limite del plausibile con i classici toni di una commedia fino a quando improvvisamente tutto cambia e la storia diventa grottescamente drammatica.

Un film per cui non c’è stato amore a prima vista che tuttavia ha lasciato il segno e un buon margine di riflessione. In molti vedono in questa pellicola la lotta tra classi sociali e l’incapacità di elevarsi a uno status superiore in un mondo in cui gentilezza ed ingenuità sono un lusso per soli ricchi. Altri sottolineano l’incapacità delle classi povere di coalizzarsi e acquisire così la forza necessaria per una svolta di vita significativa. Dal mio punto di vista c’è un fondo di verità in entrambe le visioni, Parasite è un film singolare, strano e originale sotto molti punti di vista.

Recensione di Soul

Joe Gardner professore precario di musica riceve l’offerta che oggi anelano in molti, passare finalmente di ruolo e avere un posto fisso che gli possa garantire una dignitosa stabilità economica. Per Joe tuttavia accettare sembra un pò tradire il sogno di diventare un musicista affermato. Quando gli eventi sembrano finalmente volgere per il meglio accade l’impensabile, ma la determinazione di Gerry non si fermerà nemmeno davanti all’estremo richiamo. La paternità della pellicola prometteva bene e infatti il regista, Pete Docter, non ha perso la sua scintilla. La storia è originale e divertente. Punta dritta alla lezione più importante e semplice ma che in una realtà complessa come la nostra tende a essere troppo spesso dimenticata. Pete Docter come in Coco assegna un ruolo importante alla musica e mette in scena personaggi multietnici sempre diversi e dà risalto a interessanti realtà di nicchia.

Recensione di Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody racconta l’ascesa verso il successo dei Queen, focalizzando l’attenzione sull’eccentrico e controverso leader del gruppo Freddie Mercury. Il regista Bryan Singer non affonda gli artigli nella mediocre esaltazione del brutto e del perverso che aleggia intorno al personaggio di Mercury, al contrario rende merito e dignità a un uomo che nel privato è in conflitto con la sua stessa natura, in un mondo di lavoro e solitudine poco incline a tollerare la diversità. Non vi è quindi il faro puntato sulla vita di eccessi del gruppo, ma sul loro lavoro, sull’entusiasmo e la creatività che li ha contraddistinti e resi grandi. Non vi è il classico arrancamento iniziale, la storia è lenta, a tratti fin troppo lineare e seriosa ma molto realistica ed è impressionante la cura dei dettagli, come la ricostruzione impeccabile dell’esibizione al live Aid. Ho apprezzato molto la classe e l’eleganza con cui è stata raccontata la storia del gruppo, mettendo l’accento sull’umanità di chi può sbagliare, fidandosi per esempio delle persone sbagliate. Ottima interpretazione di Rami Malek nei panni di Mercury.

Recensione di Joker

Arthur Flecks, vive con sua madre in una Gotham sempre più violenta, infida, crudele, corrotta e spietata in cui il divario tra ricchi e poveri è sempre maggiore come la rabbia di chi si ritrova dalla parte sbagliata. Affetto inoltre da un’invalidante malattia psichica, galleggia sulla soglia di sopravvivenza, ultimo tra gli ultimi, senza sogni né prospettive. Vittima di soprusi e umiliazioni, Arthur resta quieto e gentile, al servizio della sua anziana madre. A sospendere l’apatia delle sue giornate è un regalo inaspettato di un collega, un gesto all’apparenza generoso ma che porterà con sé morte e devastazione. Il film di Todd Phillips non ha nulla a che vedere con le precedenti pellicole che traggono ispirazione da un personaggio DC Comics. La storia che viene raccontata è tristemente plausibile, basata su verità generaliste ma non meno vere o scomode.

“Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia? Te lo dico io che cosa ottieni: ottieni quel cazzo che ti meriti.”

Parlando di questo film difatti, in molti rivolgono l’attenzione alla magistrale interpretazione di Arthur Fleck, io credo tuttavia che la vera protagonista indiscussa del film sia Gotham. Metropoli silenziosa e indifferente, in cui dominano ingiustizia e paura, in cui la gentilezza è sinonimo di debolezza, in cui i ricchi e i potenti pensano solo ai propri interessi e i deboli sono destinati a soccombere. Una città in cui nel bene o nel male si è sempre e comunque obbligati a indossare una maschera, una realtà più simile alla nostra di quanto vorremmo.

Recensione The Legend of Tarzan

Questo è quello che definisco il classico film da incassi, fatto solo per tirare su qualcosa al botteghino, cast con attori sulla cresta dell’onda, uno scorcio di trama ed effetti speciali (usati pure male). Oltre alla prestanza fisica di Alexander Skarsgård e alla bellezza di Margot Robbie, non c’è nulla da vedere. Tutto inverosimile, prevedibile e scontato. Effetti speciali super digitalizzati che vanno a snaturare anche le fattezze dei protagonisti che in alcune scene paiono dei putti asessuati. C’era d’aspettarselo pensando al trailer ma David Yates poteva fare decisamente meglio. Sconsigliato, la sola avvenenza della coppia protagonista non vale i 110 minuti di durata della pellicola.