SECONDO CAPITOLO di “Come il ghiaccio d’estate”

Il bar Avorio era poco distante dal mio ufficio, la sera facevano sempre un ottimo Happy Hour. Prima di diventare mamma ci andavo spesso con Giulia, ultimamente era diventata una rarità.

«Camilla, da quanto tempo!» esclamò Mario, barista di punta del locale da diversi anni. Sulla cinquantina, sempre solare e capace di mettere le persone a proprio agio.

Il locale era stato rinnovato di recente. Adoravo il nuovo design, i muri erano di pietra grezza ed i tavolini di vetro con le candele creavano un effetto suggestivo. Mi resi conto troppo tardi che l’ambiente era un po’ troppo romantico per una semplice uscita tra amici.

Ci sedemmo in un angolo, Manuel posò la borsa della palestra. Faticavo a capire la sua passione per la forma fisica. Nella pratica avevamo poche cose in comune eppure sentirlo mi faceva stare bene.

«Sei andato in palestra?» chiesi mentre prendevo posto.

«Certo, ci vado tutti i giorni, almeno un paio d’ore al giorno. Ho bisogno di sfogarmi.» disse.

«Non capisco come fai. Io non ci andrei nemmeno per cinque minuti. Con lo sport non vado molto d’accordo.»

«Male. Ti farebbe bene. Non che tu ne abbia bisogno, ma l’attività sportiva fa bene a tutti.» disse Manuel.

«Hai ragione. Allora dimmi, raccontami un po’ di te. Mi hai detto che stai cercando lavoro.»

«Sì infatti. Ho sempre fatto lavori d’ufficio, ma adesso mi sono stufato. Mi piacerebbe fare qualcosa per me. Qualcosa che mi appassioni davvero.» disse lui.

«Ad esempio?» chiesi curiosa.

«Non lo so, ci devo ancora pensare. Cosa mi dici invece di te? Ti sei sposata da quattro anni… non credo che il per sempre faccia per me…»

«No? Ma come? Non eri tu a dirmi che un giorno non ti dispiacerebbe mettere su famiglia?»

«L’ho detto? Beh sì, magari un giorno. Adesso è presto.»

«E se trovassi la persona giusta?» dissi.

Manuel non rispose alla mia domanda e continuò: «Tuo marito. Parlami di lui. Com’è?»

«A me piace.» dissi.

«Questo lo trovo scontato. Ma che tipo è, cosa fa?»

«Non parliamo di Dario adesso. Mi interessa sapere di te. Mi hai detto che hai convissuto. Per quanto tempo?»

«Tre anni, tra alti e bassi. Ma cominciavano a diventare troppi. Mi piace cambiare, ci sono tante ragazze, peccato fermarsi alla prima, no?»

«Non saprei Manuel. Come ti ho detto, non ho avuto una vita così movimentata come la tua.» risposi.

Si avvicinò Mario: «Ragazzi se volete il buffet è aperto, con una consumazione potete prendere quello che volete. Cosa vi porto?»

«Per me una birra media.» disse Manuel.

«Io una Coca-Cola grazie.» dissi. «Andiamo al buffet? Che dici?»

«Ok.»

Il buffet era ricco di salatini, arancini, pizzette e patatine.

«Dimmi allora Manuel cosa hai fatto in questi anni? Dopo quell’anno di superiori non ti ho più visto.»

«Ho cambiato molte classi. Alla fine mi sono iscritto ad una scuola privata e poi ho vissuto due anni a Londra.»

«Veramente?»

«Non so perché sono tornato. Lì è tutta un’altra vita.» disse in tono malinconico.

«Ti confesso che è un’esperienza che mi sarebbe piaciuto fare.»

«Non è mai troppo tardi.» disse guardandomi con occhi penetranti.

«Insomma ho una figlia, un marito. Diciamo che non ho tutta la libertà di scegliere.»

«Certo la tua bimba ha la priorità… Come si chiama Rebecca, vero?»

«Si.»

«Vi assomigliate molto.» disse Manuel.

Vi fu un momento di silenzio, in cui mi chiesi cosa ci facessi lì seduta a quel tavolo con lui. Un misto tra imbarazzo ed eccitazione si fece largo tra i miei pensieri.

Il cellullare cominciò a vibrare, era Dario. Decisi di non rispondere.

«Ti va di fare un giro?» mi chiese Manuel ad un tratto.

«Perché no.» risposi.

«Andiamo a pagare allora.»

Non volevo assolutamente che Manuel pagasse la consumazione ma fu inevitabile.

«Non dovevi offrire tu. Il nostro non è un appuntamento.»

«Ovviamente. Ma in un certo senso potrebbe esserlo.» disse Manuel ammiccante.

«Sei proprio fuori strada.» dissi per nulla convinta dalle mie stesse parole.

«Ti dispiace se ci fermiamo un attimo fuori? Mi fumo una sigaretta.»

«Un po’ sì. Ti fa male, dovresti smettere.»

«Magari un giorno lo farò, non oggi.» disse.

L’aria della notte era fredda, Manuel mi fissava in silenzio e questo cominciava a mettermi a disagio. Per una ragione poco chiara ai miei occhi appariva attraente.

«Fa proprio freddo.» dissi interrompendo il silenzio imbarazzante.

«Non più di tanto.» disse dopo un tiro.

«Dove vorresti andare?» chiesi.

«Ti fidi di me?»

«Insomma, l’ultima volta che l’ho sentito dire in un film non è finita molto bene.»

Rise senza rispondere.

«Come pensi di andarci?» continuai.

«In moto, che domande fai?»

«Tu sei pazzo. Io non ci vengo in moto con te.»

«Perché no?» disse sogghignando.

«Ho paura. Non sono mai andata in moto.»

«C’è sempre una prima volta. Bisogna combattere le proprie paure.» disse buttando a terra il mozzicone di sigaretta che poi spense con il piede.

«Non se ne parla. In moto no. Facciamo quattro passi, pensandoci non fa poi così freddo.»

«Ok, come vuoi tu piccola.» disse Manuel.

Le strade erano deserte, si era fatto veramente tardi. Arrivammo in una piazzetta non molto distante dalla nostra vecchia scuola.

«Pensa che qualche anno fa eravamo qui insieme.» disse Manuel.

«Già.»

«Quindi tu avevi una cotta per me?» chiese lui.

«Uffa perché te l’ho detto. Di persona è così imbarazzante.» dissi arrossendo.

«Non mi hai mai detto nulla, posso chiederti perché?»

«E cosa avrei dovuto dirti, avevamo dodici anni.»

«Quattordici.» mi corresse lui.

«Cambia poco.»

«Sei veramente bellissima.» mi disse.

«Avevi promesso che avresti fatto il bravo.» lo ammonii.

«Ho detto che ci avrei provato. Ma non ho promesso nulla.» concluse lui ridendo.

Mi resi conto che Manuel era troppo vicino, molto di più di quanto sarebbe opportuno tra due amici.

Cercai di allontanarmi ma lui mi afferrò per un braccio, mi attirò a sé e mi baciò.

Non so perché ma ricambiai, le sue labbra erano così morbide e in qualche modo sapevo che per quanto fosse sbagliato lo desideravo anche io. Durò per un periodo che sembrò indefinito e quando il suo viso si scostò dal mio, mi fissò con i suoi grandi occhi neri.

«Manuel. Noi non possiamo…» dissi imbarazzata.

«Sì, hai ragione. Ti chiedo scusa è stato più forte di me.»

«E’ molto tardi devo andare a casa.»

«Vuoi che ti accompagni?» chiese.

«Non mi sembra il caso.»

Ci salutammo freddamente e mi diressi verso la metropolitana, appena in tempo per l’ultima corsa. Mi sentivo tremendamente colpevole e confusa. Non sapevo cosa fare e cosa dire a Dario. Il telefono squillò proprio in quel momento.

«Dario.» dissi con distacco.

«Camilla ma dove sei? E’ tutta la sera che ti chiamo. Perché non rispondi? Tutto a posto?»

«Si certo. Sto tornando a casa.»

«Ti sento strana dalla voce, sei sicura che è tutto a posto?» insistette lui.

«Ma certo. Non ti preoccupare. Rebecca dorme?»

«Sì, è a letto da un bel pezzo. Ti aspetto allora.»

«Sto arrivando.»

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